Quando la musica classica non era “classica”

di Marcello Sorce Keller

Per gentile concessione dell’autore*, pubblichiamo questo articolo che certo meriterebbe di aprire un vivace e produttivo dibattito circa la nostra ancora stantia qualificazione dei rapporti tra i generi musicali, a partire dall’oramai trascorso XXmo secolo

I. Premessa

La vita musicale di oggi è molto legata ad una serie di consuetudini (che non sono leggi scritte) ma che abbiamo bene assimilato e quindi ci riesce difficile riflettere su come questo nostro modo di vivere la musica, che diciamo correntemente “musica classica”, sia solamente un prodotto del tardo Ottocento.

Nel giro di pochi decenni nella seconda metà del XIXmo secolo abitudini musicali che erano state in vita molto a lungo furono soppiantate e dimenticate assai rapidamente.

Verso la fine dell’Ottocento, per esempio, scompare la prassi dell’improvvisazione, si afferma l’idea di fedeltà al testo prodotto dal compositore, nasce la figura del direttore d’orchestra, i musicisti si specializzano (per cui quasi sempre o suonano, o compongono o dirigono) e si sviluppa anche un considerevole interesse per la musica del passato (che in precedenza incuriosiva solo i topi di bilioteca).

Nello stesso periodo declina fortemente il dilettantismo musicale di alto livello, si diffondono le sale da concerto, nascono le orchestre professionali (pensiamo che le sinfonie di Beethoven furono eseguite la prima volta da numerosi musicisti dilettanti…), nasce infine la nostra idea di musica “classica“.
II. C’era una volta

Potrei ora tirar fuori le parole “c‘era una volta…”, perché a raccontarlo sembra proprio una favola. Ma è vero: c‘era un tempo in cui la musica classica non era „classica“, un‘epoca in cui l‘idea stessa di „musica classica“ non esisteva.
Mi spiego meglio: all‘epoca di Bach, di Mozart e anche in quella di Beethoven, l‘idea che una musica potesse essere “classica” nel senso di incarnare significati tanto elevati e imperituri da essere destinati al rispetto e alla deferenza da parte dei futuri secoli, era in formazione, ma non si era ancora affermata. L‘idea che la musica dovesse sopravvivere al luogo e alle occasioni che l‘avevano vista nascere non faceva parte della cultura del tempo. La musica, in un certo senso, veniva quindi presa un po‘ meno sul serio (anche se era poi più importante nella vita di molte persone). Per esempio: nel XVIIImo (e fino agli inizi del XIXmo) la parola “sinfonia” (come la parola “romanzo”, genere letterario nato più o meno nello stesso periodo) era sinonimo di divertimento. Forse nella Vienna di primo Ottocento sono avvenute conversazioni di questo genere: “Sai che domani sera il Signor Beethoven presenta una nuova sinfonia? Andiamo a sentirla? E‘un tipo originale, probabilmente ci divertiremo!”

Sembra davvero una favola, specie se confrontiamo il pubblico di allora, che voleva divertirsi, che durante l‘esecuzione esclamava, “bravo, bello!” Oppure, “Ma no, non è possibile far così!” Ecco, se paragoniamo quel pubblico con quello di oggi, che partecipa in religioso silenzio a questo rito di sacralità laica che si chiama “concerto di musica classica”, ci accorgiamo allora che qualcosa forse è andata per il verso sbagliato. Dico così perché spesso la musica dei grandi autori del passato contiene elementi umoristici, ma in sala non ride mai nessuno, forse tutti pensano che a un concerto di musica “seria”, sarebbe sconveniente. Ma la vera profanazione è probabilmente il non farlo. Imporre una maschera di ferro, di assoluta serietà, a musicisti che non erano seri 24 ore su 24 non è forse il modo migliore di onorare la loro arte e il loro spirito. A volte i concerti in cui si presentano musiche allegre e sbarazzine di Vivaldi o burberamente spiritose di Beethoven mi danno un imbarazzo simile a quello degli spettacoli di varietà in cui il comico di turno dice una barzelletta e, però… non ride nessuno.
Non è necessario che insista. Mi avete capito. Mi sarebbe piaciuto davvero vivere all‘epoca in cui la musica classica non si chiamava “musica classica”!

III. Inibiti alla danza

Vi è mai capitato di veder ballare insieme persone di diversa provenienza geografica (nei luoghi di vacanza, in crociera…)? In questi casi ho spesso osservato che gli europei sono tra i più impacciati. Il confronto tra un europeo e un africano, va quasi sempre a vantaggio dell‘africano. Ma la cosa più singolare è che spesso anche i musicisti non se la cavano poi tanto bene. I musicisti, spesso, non sanno ballare. Il caso paradigmatico è quello di Johann Strauss junior, il re del valzer, che non sapeva ballare né il valzer, né altre cose.

Ora vado sulle questioni grosse…!

Il Cristianesimo è una religione che ha proibito l‘uso liturgico della danza. I padri della Chiesa hanno sempre considerato la musica potenzialmente pericolosa: può distrarre, può agganciarsi alla sensualità. Ma mentre la musica in qualche modo può essere purificata dalle pulsioni viscerali che è capace di produrre, con la danza è impossibile farlo. E‘ per questo che il Cristianesimo l‘ha espulsa dalla liturgia. La danza fa parte della ritualità di molte religioni – ma non sicuramente di quella cristiana.

I risultati di questa inibizione diffusa nella nostra cultura attraverso la religione dominante, si manifestano in varie forme. Non è forse così strano che nelle discoteche circoli la droga. Certo per numerose e diverse ragioni. Ma anche, forse, per il fatto che, anche in ambiente giovanile, l‘inibizione culturale alla libera espressione motoria della fisicità è tanto forte da avere spesso bisogno di un aiuto esterno per essere superata.

E‘ poi c‘è poi la musica classica. Al pubblico si chiede di ascoltarla nell‘immobilità più completa. Anche ai musicisti si chiede di suonarla senza rispondere troppo col proprio corpo alla ritmicità del brano che eseguono. Il senso delle fisicità del ritmo è perso, il ritmo è ormai un fatto puramente mentale, talmente sublimato che in effetti, se per caso un brano da concerto ci facesse venire voglia di muoverci e di ballare, allora avremmo quasi il sospetto che non si tratti veramente di musica seria. La musica seria non si balla. Se si balla non è seria.

Il jazz era originariamente musica da ballo, da quando si è cominciato a prenderlo sul serio, non lo si balla più!

Ma è raro che a un concerto di musica classica venga voglia di ballare. Il legame tra la musica e il corpo è quasi del tutto perso. Ma se per caso qualche vibrazione tellurica vi arrivasse. Non muovetevi per carità!

IV. Sale da concerto

Ora me la vorrei prendere con le sale da concerto. Lo sapete bene che gli architetti progettano lo spazio in base alle attività che dovrà ospitare e delle relazioni che gli esseri umani in quello spazio vorranno stabilire. E a quel punto si produce un giro vizioso. L‘architetto crea l‘edificio presumendo che al suo interno ci si vorrà comportare in un certo modo e, ad edificio fatto, al suo interno saremo costretti a comportarci nel modo in cui l‘architetto ha pensato che ci si voglia comportare. Lo si vede bene, proprio nelle sale da concerto.

Se parliamo di sale da concerto, in fondo, sorprende che debbano esistere. Non sono affatto indispensabili alla musica. Gli esseri umani hanno sempre fatto musica, in passato, senza mai averne bisogno, fino a tempi relativamente recenti (la prima esecuzione della Sonata a Kreutzer di Beethoven si diede di primo mattino in un giardino di Vienna…). Insomma: l‘idea di un evento che consista unicamente di un‘esecuzione musicale, senz‘altra funzione che quella di suonare o di ascoltare musica è un‘idea essenzialmente moderna (e non è il fatto di essere moderna che la rende, automaticamente, una buona idea). La sala da concerto, come la conosciamo è infatti un‘invenzione dell‘800. Pochissime sale di questo genere furono costruite in tempi anteriori e le più grandi tra queste erano in realtà sale multi-uso. Questo vuol dire che praticamente tutte le musiche composte prima del tardo ‘700, e molte tra quelle composte nel primo ‘800, non si trovano nel loro ambiente naturale quando le eseguiamo in una di queste sale…

Ma neanche gli esseri umani in fondo si trovano molto a loro agio in questi strani luoghi.

Varcando la soglia troviamo la biglietteria da un lato, un po‘ defilata – che non occupa uno spazio nobile. Forse il messaggio è che il pagamento del biglietto di ingresso sia una triste necessità. In realtà però l‘evento musicale non ha nulla a che fare col vile denaro; esiste solo per l‘arte (a differenza dei concerti rock, dove si sa che è solo il denaro che conta…). Io veramente, quando vado a un concerto, lo vorrei sapere quanto è pagato il solista; vorrei sapere in che misura sia motivato dall‘arte o dal cachet promesso. Ma non si riesce a sapere facilmente.

Ma torno alla sala: attraversiamo il foyer, dove chi si conosce può socializzare un pochino e dove si vede subito qualche persona spaesata, qualcuno che non partecipa spesso a questi rituali. Poi entriamo nel luogo sacro. Che sia sacro lo si vede dall‘indignazione di chi si adombra quando, per fare rendere un po‘ più la sala, la si affitta per manifestazioni rock o altri eventi ai quali le regole di comportamento dei concerti classici non si applicano.

Entrati nella sala, la sua stessa forma ci dice che la musica non è diretta a una comunità di persone ma, invece, a individui singoli, spesso ignoti gli uni agli altri, riuniti solo per il rito dell‘ascolto. Né l‘architettura della sala rende possibile, o anche nemmeno pensabile, alcun contatto tra gli esecutori e gli ascoltatori, né prima, né durante, né dopo il concerto.
Evidentemente si dà per scontato che il concerto debba essere un evento a senso unico, dal compositore all‘ascoltatore per tramite del cosiddetto interprete. E si dà per scontato che l‘ascoltatore debba ascoltare, immobile, in silenzio. Guai, naturalmente, se qualcuno batte il piede al ritmo della musica, se canticchia, se applaude fuori tempo, se dice “bravo” agli esecutori.

Guai, quindi, se qualcuno fa una di queste cose che facevano parte abituale del comportamento degli spettatori dei tempi di Mozart e di Beethoven. Sappiamo che i compositori di allora se ne compiacevano. Non chiedevano al loro pubblico venerazione ma piuttosto, partecipazione, entusiasmo, stimolo a far di più e di meglio. Volevano essere apprezzati e non venerati.

A me viene il sospetto che i musicisti del passato della nostra venerazione ne farebbero probabilmente a meno. Certamente, se ci vedessero così immobili, così seri, nell‘ascoltare la loro musica ne trarrebbero l‘unica conclusione logica… che la loro musica non ci piace!

(Marcello Sorce Keller)

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*sociologo, etnomusicologo, musicista

Intervento pronunciato alla tavola rotonda “Oltre il concerto. Dove va la musica classica?” promosso dall’Associazione per l’Abolizione del Solfeggio Parlato il 16 maggio 2003 presso il Conservatorio di Milano

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