FORUM I – “Caro amico ti scrivo…” (per chiederti di votarmi)

di Pinco Pallino (pseudonimo firmato)

Riceviamo una lettera da un candidato alle elezioni a direttore del conservatorio e volentieri la pubblichiamo per la chiarezza del suo contenuto, seppure espressa in maniera alquanto mordace e polemica. Soprattutto convinti che non siano molti a pensarla allo stesso modo e dunque altrettanto sicuri di poter dare conto a breve di opinioni diverse e magari decisamente contrarie a quelle di seguito, forse abbastanza discutibilmente, formulate. Precisiamo infine che la mole di allegati inviatici non ci consente al momento di esporli con appositi link. Povvederemo appresso.

“Cara Collega, Caro Collega,

in occasione delle oramai prossime elezioni mi premuro di rivolgermi a te per chiederti, forse per la prima volta nella tua carriera (ma spero non l’ultima), di votare per te stessa/o.

Non è pura retorica, hai capito bene: votare per te stesso: per la tua dignità professionale, per le tue ambizioni e per la tua carriera all’interno o all’esterno della nostra comune istituzione, per condividere da protagonista, all’interno di una effettiva comunità di professionisti tutti protagonisti, i suoi stessi destini. Magari istituendo migliori ed anche importanti e, nei limiti del possibile, duraturi legami, solidali ed affettivi tra i componenti tutti: dal più anziano dei colleghi docenti al più giovane dei collaboratori amministrativi. Nel reciproco rispetto dei differenti ruoli. E nella piena consapevolezza che siamo tutti provvisori a questo mondo e che quando tutto finisce per il singolo tutto continua “per gli altri”, che comunque restano e continuano; di cui conviene pertanto sentirsi già da prima parte integrante e non certo predominante.

In definitiva ti invito a sorreggere la ben graduata trasformazione della nostra istituzione conservatoriale in una effettiva struttura accademica di rango universitario. Dove tutti i docenti abbiano pari dignità e le stesse cariche – direttoriali e vicarie, coordinatrici e altrimenti direttive, organizzatrici e relazionali, di qualificazione e di valutazione, di garanzia e di controllo – o, meglio, incarichi di sistema loro attribuiti costituiscano funzioni e ruoli e non gerarchie e posizioni di potere personale. Dove insomma il capo di istituto non sia l’unico “capo” (l’unica “testa pensante”) cui tocca bene o male uniformarsi, anche per supina ed acritica acquiescenza. Ma semmai dove tutti siano “capi” (teste pensanti) e capaci tutti di autogestirsi tramite la forza del buon senso e l’attiva e fattiva consapevolezza dei differenti ruoli e competenze.

Se ti sembra difficile comprendere il senso di quello che sto affermando basta che ti colleghi su internet utilizzando voci come “facoltà, organigramma, regolamento universitario etc.” e scoprirai che quanto ti allego solo a titolo d’esempio è frutto di attenta considerazione comparativa ed elaborato in analogia ai diversi ma paralleli ordinamenti istituzionali dell’Afam e del Sistema universitario nazionale.

Affrontiamo brevemente alcune questioni di fondo con cui forse ti sarà già toccato di doverti confrontare:

  1. La figura del Direttore dell’ISSM (del Conservatorio) è paragonabile per funzioni e posizione giuridica solo a quella del Preside di Facoltà. Non certo al Rettore universitario, eletto tra i Presidi di Facoltà candidati (credo che questo paragone, spesso sentito in giro, sia una balla messa in circolo appositamente per confondere le idee a chi già ce le ha poco chiare).
  2. Il Direttore dell’ISSM/Preside di Facoltà è in carica per un triennio rinnovabile ed è un primus inter pares: “un primo tra pari”, nella terminologia accademica. Ciò significa che diversamente dal Preside di scuola (oggi dirigente scolastico) non è solo sovraordinato gerarchicamente sui suoi colleghi, bensì svolge una funzione di coordinamento tra le varie altre funzioni di supporto direttivo, con le quali si esprime sempre in logica di team e di trasparenza gestionale. E pertanto rappresenta l’Istituzione tutta, solo quando è specificamente richiesta la sua presenza.
  3. In ambito universitario la carriera dei docenti è articolata in tre gradi: ricercatori, associati e ordinari; ruoli cui si accede tramite pubblico concorso per titoli ed esami, per soli titoli per i docenti ordinari; i quali ultimi normalmente provengono dal ruolo degli associati, i quali ultimi normalmente provengono dal ruolo dei ricercatori. Nell’Afam le fasce sono solo due; seppure, come starebbe accadendo nella più recente riforma universitaria, si cercano di creare delle più “scorrevoli” modalità di passaggio da un grado all’altro.
  4. Ora devi sapere che per la carica di preside, come accade da noi, si possono candidare solo docenti ordinari, proprio in virtù della già effettuata carriera, ma lì non viene richiesta alcuna qualificazione professionale ulteriore. Infatti la pregressa “attività professionale” la possiedono a vario titolo tutti i docenti candidabili; mentre la pregressa attività direttiva, se intesa in termini rigidi, da noi non la possiede nessuno, se non coloro che a suo tempo l’hanno svolta grazie a meriti politici e sindacali (raccomandazioni, conoscenze: chiamale come vuoi tu …). Quindi quella indicazione nel tempo ha assunto solo un significato deteriore e lo mantiene almeno fino al momento: permettere alle cariche di provenienza politica di stabilizzarsi.
  5. Ora con il nuovo sistema ciò non sarebbe più possibile, ma tocca ai docenti e ai sindacati vigilare contro la possibile prepotente invasività del potere politico e amministrativo di turno. La durata temporanea indica che la nuova via maestra per il futuro debba essere quella del team e dello stile collaborativo, non della rigida gerarchizzazione fondata sul potere personale del direttore di turno e sulla sua capacità di “tenere in pugno i suoi … sottoposti” (non sorridere neppure: è un complimento che ho sentito fare ad un direttore dal dirigente ministeriale suo superiore gerarchico…), creando una nettissima linea di demarcazione tra se stesso e il corpo docente – in pratica articolata secondo il sistema medioevale piramidale del vassallaggio, ma non di rado sconfinante – ahimè – nella triste fenomenologia e nella logica comportamentale del “branco”, seppure composto da umani.
  6. Eppure la categoria che viene così sottomessa è quella di cui pure egli stesso direttore continua a fare parte e che lui stesso contribuisce così a dequalificare nel prestigio e nella dignità dei singoli: pertanto per questa tipologia di direttore autocrate (modello predominante nel vecchio sistema) costituisce assoluta necessità mantenere tale posizione di supremazia nella propria istituzione vita natural durante e con tutti i mezzi possibili (legittimi e non). E, contemporaneamente, di impedire la crescita dei propri colleghi proprio su quel piano di autonomia e di responsabilità gestionale che semmai lui stesso dovrebbe promuovere, ma che per mediocrità intellettuale e umana si riserva per sè stesso: “se gli altri non conoscono i meccanismi è meglio, così li potrò meglio dominare…”
  7. Affermo ciò con una durezza che corrisponde purtroppo alla cruda verità dei fatti. Però di un direttore autocrate se ne può anche parlare molto bene, come d’altronde tendono sempre a fare coloro che si sentono valorizzati o beneficiati dal suo agire. Ciò soprattutto alla presenza delle sue buone qualità; che sono sempre comunque derivate dall’esperienza sul campo: d’altra parte, dato il suo stile (“il capo non sbaglia mai”), gli errori fatti in precedenza li fa pagare ad altri… E dunque nei casi in cui almeno la gestione funzioni in qualche modo ci si dovrebbe comunque considerare fortunati! Ma abbiamo anche conosciuto dei direttori “satrapi”: del tutto privi di autorevolezza e convinti che la propria funzione fosse essenzialmente quella ufficiale del comando volgarmente impiantato su base gerarchica ed autoritaria, e quella ufficiosa del crudo perseguimento dell’interesse personale proprio e dei suoi sodali, normalmente a danno del bene comune.
  8. Puoi dare uno sguardo agli allegati: l’organigramma, compilato (mediando solo in minima parte con modelli universitari vigenti) solo come un esempio ti fa meglio comprendere come la funzione direttiva in ambito accademico debba essere di per sé diffusa e non necessariamente accentratrice: ciascun direttore responsabile di singoli settori agisce in piena autonomia, salvi i finali consuntivi semestrali o annuali, utili solo ad ottenere il rinnovo della fiducia accordata dal direttore dell’istituzione; i decaloghi, al modo di un contratto elettorale cui tenere fede e disporre consuntivi periodici e un consuntivo definitivo a chiusura del mandato, approfondiscono il senso politico-organizzativo che andrebbe attribuito all’autonomia della funzione docente di livello accademico e al ruolo coordinatore e collaborativo svolto dalle funzioni di vertice; il promemoria del capo costituisce un comparativo elenco delle qualità ideali che ben caratterizzano una funzione direttiva, nei due estremizzati indirizzi dello stile collaborativo e dello stile autoritario.
  9. Spero inoltre che tu voglia leggere il tutto anche con le dovute ironia ed autoironia, qualità che a mio modesto avviso permettono di vivere meglio e, magari, più a lungo, soprattutto se si occupano posizioni di responsabilità o… si soffre di pressione alta. Se io dovessi svolgere una funzione di vertice esporrei bene in vista questi “suggerimenti personali” per ricordarmene sempre, anche nei momenti più problematici e difficili. Certamente aggiornandoli, se necessario.

Comprenderai bene che esistono colleghi che tutto questo non lo vogliono proprio perchè semplicemente non sono in grado di capirlo; vuoi per cultura autoritaria, vuoi per pigrizia intellettuale e soprattutto per ignoranza dei comunque delicati meccanismi giuridico-normativi dell’ingegneria istituzionale, che permettono di mandare avanti la macchina burocratica anche con creatività e fantasia, soprattutto con il potenziamento dell’innovazione e la ricerca personale del costante miglioramento. Ma anche perché di tali principi, un po’ dappertutto, si fa a tutt’oggi politica d’accatto, a fini di interessi volgarmente personalistici ed egoistici moventi all’azione individuale. Le giuste ambizioni di ciascuno, invece, in misurata armonia con l’interesse dell’istituzione-comunità costituiscono il fine per cui il direttore agisce, sempre confrontandosi con i singoli e sempre pazientemente mediando i conflitti e rintracciando le strade migliori da proseguire.

In definitiva ti chiedo di sorreggermi per portare avanti questi semplici e fondamentali principi di civiltà democratica almeno all’interno della nostra istituzione, così come in tanti anni di docenza credo di essere riuscito all’interno del ristretto perimetro della mia personale attività professionale e didattica in particolare. Ma anche di appropriartene, facendoli tuoi con il massimo possibile della convinzione e della competenza, e di attuarli da protagonista assieme a me nei tempi e nelle maniere che più ti sono congeniali.

E soprattutto se mi convincerai della tua buona fede e della tua fattività potrai stare sicuro: ti starò sempre accanto, anche se e quando dovesse accadere a te di svolgere una funzione direttiva. E dunque, come vedi a proposito di spirito collaborativo e di vocazione alla verità e alla trasparenza, comincio subito a dimostrarti chi sono facendoti un disinteressato regalo con questo esempio (almeno al momento, abbastanza raro) di partecipazione attiva, chiara nelle sue definizioni e trasparente nei suoi fini, al dibattito sul nostro comune futuro.

Stammi bene, comunque.

M° Prof Pinco Pallino

Candidato alle elezioni a Direttore del Conservatorio, ma anche disposto ad appoggiare attivamente il candidato o i candidati alla direzione in grado di agire con coerenza rispetto i sopra enunciati principi; negli allegati più approfonditamente espressi.”

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