FORUM I – La funzione direttiva nei Conservatori (I.S.S.M.)

di Mario Musumeci

Stiamo assistendo proprio in questi mesi ad un avvenimento di importanza epocale, seppure generalmente percepito ancora come di normale routine. Per la prima volta nel nostro paese si sta attuando “di fatto e non solo di diritto” quella parte della riforma degli studi musicali che prevede la figura elettiva del direttore che presiede ciascuna singola istituzione. Cerchiamo di chiarire meglio una questione tutt’altro che semplice, proprio per i suoi variegati ed intrecciati profili di ordine culturale, sociale, amministrativo e politico.

Per tutto il secolo che precede l’attuale – ma anche oltre a ritroso, fino ad includere una parte non indifferente dell’Ottocento – questa importante figura istituzionale era di stretta nomina politica. Insomma costituiva un appannaggio dell’esecutivo politico: il ministero od altra autorità di specifica competenza politico-culturale. Pertanto anche soggetta alle temperie politico-istituzionali del momento.

Ma se, soprattutto in oramai trascorse fasi della nostra storia in cui le istituzioni accademico-musicali erano di numero alquanto ridotto in tutt’Italia, poteva ben accadere (e accadeva!) che il direttore preposto costituisse una figura di già affermata carriera e di sicuro prestigio e magari con un nome oggi consegnato alla grande Storia dell’arte musicale. Viceversa a partire dal notevole incremento delle istituzioni conservatoriali degli anni settanta/ottanta, si assistette al corrispondente accaparrarsi della “bassa” politica di tali nomine al modo dell’occupazione di posti di sottogoverno da affidare al fiduciario di turno, assicurante innanzitutto fedeltà e dipendenza al politico-amministratore del momento.

Insomma, senza togliere nulla ai tanti professionisti che si sono succeduti in quelle cariche occupandosene con dignità professionale, umanità  ed onore civico, l’invasività della partitocrazia ha fortemente impresso le sue orme (i suoi artigli?) sul destino di tali istituzioni, e non di rado -come in tanti altri settori pubblici – con il fattivo consenso delle parti sindacali, che variamente agivano dal basso pur sempre come collettori di un consenso parallelo a quello del potere politico-amministrativo.

E dunque lo schema funzionale era quello prevedibilissimo – anche nella gestione del malaffare purtroppo – della rigida dipendenza gerarchica:

  1. al vertice, con funzione rappresentativa dell’indirizzo politico, l’autorità di governo nella persona del ministro dell’Istruzione (e dell’Università, in tempi più recenti) oppure del sottosegretario delegato; figure non sempre dotate nei fatti dell’effettiva rappresentatività gestionale, in costanza di governi anche di brevissima durata; e dunque lasciando il posto e talora un potere abnorme alla sottostante dirigenza ministeriale;
  2. un effettivo vertice esecutivo costituito da una sorta di inamovibile nomenclatura composta da potentissimi consiglieri e alti dirigenti ministeriali che, al di là di possibili produttive dialettiche interne, in virtù della posizione di pregresso ed effettivo governo amministrativo e magari (non sempre …) dell’acquisita specifica esperienza sul campo, si ponevano in primissimo piano, proprio perchè delegati con il massimo dell’autonomia e dell’autoreferenzialità, nel gestire “in proprio” gli effettivi destini delle singole istituzioni;
  3. i direttori delle istituzioni, in quanto diretta emanazione di tale strutturato sistema di potere politico-amministrativo, in più casi non potevano che farsi almeno in parte portatori in diretta sudditanza anche di interessi non necessariamente del tutto conformi a quello pubblico della  produttiva gestione dell’istituzione formativa. Pertanto non di rado nepotismo e clientelismo hanno costituito il frutto di questa invasività politico-amministrativa eccessivamente discrezionale ed autocratica e dunque poco soggetta al controllo democratico dal basso nonchè poco permeabile agli interventi degli organi di controllo e giurisdizionali.

Già da una decina di anni almeno si è però affermato definitivamente  il principio normativo dell’elettività e della durata a tempo determinato della funzione direttiva, ma in presenza di un notevole stuolo di direttori provenienti dal precedente sistema questo principio è stato contemperato, fin’anche al suo annullamento di fatto, dalla tendenza a conservare con appositi stratagemmi i precedenti direttori incaricati: qualche conferma operata in via amministrativa o, più di recente, la tendenza ad interpretare molto restrittivamente le norme per l’elettorato passivo, fino a prevedere che il direttore che si potesse presentare alle elezioni fosse … solo il docente che già aveva diretto in precedenza!

Non è da tacere inoltre l’esiguità del compenso percepito dei docenti incaricati della direzione, a fronte della gravosità quantitativa e qualitativa dell’impegno richiesto. Tanto che questa carica direttiva (anzi dirigenziale sul piano pratico, perchè preposta quanto a responsabilità decisionali a figure direttive quali quelle dei direttori amministrativi e del direttore di ragioneria dell’istituzione) sembrerebbe quasi la condizione stabile per meglio sottostare all’invasività del potere politico-amministrativo del momento.

Orbene la generazione dei direttori incaricati sine die sembrerebbe volgersi al termine e con essa la natura di una funzione esclusivamente leggittimata dall’alto.

Ma saranno capaci le nuove generazioni di docenti dell’Afam di attribuire un valore degno di rilievo civile e democratico-partecipativo a questa mutazione professionale? Saranno capaci di disporre gradualmente e senza storture – come meglio accade nelle migliori e meglio funzionanti istituzioni universitarie – il senso effettivo delle relazioni dei due pur distinti ruoli della docenza e della dirigenza? Fino ad intendere nei fatti la funzione di colui che presiede l’istituzione come quella di un primus inter pares?

Staremo a vedere, certamente non assistendo in modo passivo a tale evoluzione epocale. Giacchè nel gran parlare che si fa di livelli accademico-universitari si dimentica spesso che il senso profondo dell’autonomia e della responsabilità di ciascun singolo docente costituisce l’unica vera base di crescita per l’istituzione intera.

Quali allora i nodi al pettine? Quali gli interrogativi che vanno posti ai candidati aspiranti alla direzione, per saggiarne la consapevolezza nel sapersi bene inserire in tali nuove prospettive istituzionali?

Ecco avviato un buon dibattito. Che verrà man mano arricchito anche da materiali utili all’approfondimento di problemi certo non alla portata di tutti gli interessati. Ma che, ai fini di una vera partecipazione democratica, tutti coloro che si sentono coinvolti dovrebbero imparare a ben inquadrare.

Questa voce è stata pubblicata in Forum. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.