La messa ad ordinamento dei trienni accademici Afam

di Mario Musumeci

Si va a concludere la fase preparatoria della messa ad ordinamento dei trienni accademici disposta dal DM 124 del 30-09-2009, sui nuovi ordinamenti didattici degli ISSM/Conservatori di Musica. Adesso ciascuna istituzione ha (o dovrebbe aver) provveduto a predisporre in autonomia i propri curricoli disciplinari. Ma, tenuto anche conto che diversi Istituti non hanno condotto la sperimentazione del triennio – partendo dunque in ritardo e pertanto con un grado di consapevolezza certamente inferiore, quando non letteralmente “naviganti nel buio” – le cose non stanno “filando lisce”, come ci si sarebbe aspettato in presenza di pluriennali e già validate sperimentazioni. Quando il diavolo ci mette la coda! Ma chi è il diavolo: il ministero o la nostra stessa colpevole distrazione?

Ecco infatti puntuali le prime lamentele, adesso che qualche collega comincia a toccare con mano – ma non ancora sulla propria pelle – le varie incongruenze a suo tempo segnalate e in grado di produrre nell’immediato futuro pesanti e ingiusti danni ai titolari di specifiche discipline, tra cui proprio quelle del settore scientifico Teoria dell’armonia e analisi. Almeno a futura memoria per chi dorme ancora sonni beati … Ma non sarebbe meglio discutere apertamente del proprio destino avendo l’opportunità di luoghi come questo?! Si riporta di seguito, per l’estrema attualità degli argomenti trattati, un articolo comparso su La tecnica della scuola in data 25-10-2009.

Conservatori … si cambia musica

Con la pubblicazione, nel DM 124 del 30-09-2009, dei nuovi ordinamenti didattici dei Conservatori di Musica si avvia a compimento l’iter attuativo della riforma. Nella stesura del decreto si è tenuto conto delle sperimentazioni, per come attivate da almeno sei-sette anni in più istituti: queste vengono stabilizzate in definitiva sostituzione dei vecchi ordinamenti, con gli adattamenti che ciascuna istituzione individuerà come necessari o riterrà opportuni. Sono difatti demandate in autonomia, ma in conformità ai criteri generali così stabiliti, le attuazioni dei corsi di studio afferenti alle Scuole; che vengono tutte individuate nell’allegata tabella A. Il fatto che tale previsione normativa sia disposta “in prima applicazione” lascia spazio ad ulteriori approfondimenti, da parte di ciascuna singola istituzione e del ministero, con la possibilità di proporre ulteriori indirizzi di studio e di aggiustamenti al sistema fin’ora inquadrato. Soprattutto sono disposti i corsi di studio con riferimento alle singole Scuole e sono individuati gli obiettivi formativi con le relative prospettive occupazionali, le attività formative obbligatorie e l’impianto relativo e globale dei crediti che consente a ciascuna singola istituzione la personalizzazione dei piani di studio con l’inquadramento di attività formative e di discipline non specificamente previste nel decreto.

Nell’allegata tabella B sono poi individuate le corrispondenze tra le nuove classi di concorso e i settori artistico-disciplinari con i relativi nuovi codici, ai fini del conferimento degli incarichi di insegnamento. I diversi settori individuano: discipline interpretative; del jazz, delle musiche improvvisate e audiotattili; della musica antica; della musica elettronica e delle tecnologie del suono; della musica sacra; interpretative d’insieme; relative all’interpretazione scenica musicale; relative alla direzione; compositive; musicologiche; teorico-analitico-pratiche; didattiche; linguistiche; dell’organizzazione e della comunicazione musicale.

Risulta evidente, accanto al corpus tradizionale, una non indifferente apertura alle più recenti e diversificate esperienze della musica contemporanea nonché alle istanze della pedagogia musicale e della musicologia più aggiornate. Ovviamente, va sottolineato, ciascuna istituzione potrà avviare i corsi nuovi che crede ma sempre sulla base dell’organico preesistente e delle finanze disponibili. Pertanto, se il ministero non supererà i rigidi limiti degli attuali vincoli di spesa, si corre il rischio che rimangano lettera morta una buona parte delle previsioni più innovative. Il riferimento più evidente è al corso di Musica jazz adesso scorporato in un notevole numero di corsi di Strumento (o Canto) jazz, con la previsione di poter così creare un intero dipartimento a fronte dell’attuale unica docenza. Va osservato a margine che se è vero che nei paesi al proposito più avanzati (Stati Uniti in testa, patria del Jazz) tali dipartimenti sussistono e funzionano benissimo, non sembrerebbe credibile che in un paese ben più piccolo come l’Italia se ne arrivino a creare tanti quanto gli attuali Conservatori.

Ma soprattutto stupisce che tale impianto venga previsto da specializzazione che era, quale post-diploma nell’ordinamento precedente, a diploma di primo livello: che potrà del tutto esulare nell’impostazione formativa dalla conoscenza adeguata della cultura e del repertorio classico, plurisecolare e di respiro storico-evolutivo quasi bimillenario se si risale alla gloriosa epopea della musica medioevale e rinascimentale. Analogo ragionamento potrebbe farsi per i corsi di diploma afferenti alla musica antica: quanti conservatori potranno permettersi di aprire, accanto alla scuola di clavicembalo (nel vecchio ordinamento: post-diploma e dunque specializzazione riservata ai diplomati in pianoforte o in organo) le varie scuole di liuto, violino barocco, viola da gamba, flauto dolce, flauto traversiere etc., peraltro necessarie per le attività d’insieme? E poi – un esempio a casaccio – avrebbe un senso che un laureato in flauto debba laurearsi, sempre con titolo di primo livello (dunque rimandando gravemente l’avanzamento della propria carriera di studio), in flauto traversiere prima e poi in flauto dolce (Scuole strumentali di musica antica), e poi ancora in flauto jazz: con un complessivo e notevole aggravio di discipline aggiuntive e senza potere attingere in maniera adeguata al meccanismo integrativo dei crediti formativi? Quanti lo faranno? E con quali conseguenze di evidente parcellizzazione culturale sul piano formativo?

Per la didattica della musica, poi, l’inedita previsione di un diploma di primo livello con interna formazione strumentale pare più un escamotage per salvaguardare l’attuale ruolo dei docenti di didattica, ingiustamente minacciato dalle perduranti sospensive ministeriali delle SSIS e degli stessi corsi di didattica dell’Afam (post-diploma anche quelli). Ma non costituisce una norma imperativa che l’accesso all’insegnamento avvenga dopo un primo livello di studi del campo disciplinare specifico? Insomma si può imparare ad insegnare quello che ancora non si conosce bene?

Ma una ben più grave questione si impone al di sopra di tutte: è formativamente e culturalmente credibile un impianto di studi accademici che parcellizza a tal punto le competenze sull’arte da prevedere un curriculum di studio che contraddice, ponendosi agli antipodi, l’antica ma ancor validissima specifica del “musicista completo”: esecutore interprete dotato di solide nozioni teorico-compositive (creative e di scrittura) e musicologiche (culturali specifiche)? Non era questo lo scopo contenutistico della riforma degli studi musicali, che doveva predisporre – come per il giurista, il medico, l’ingegnere, il letterato, etc. – le basi di una professionalità approfondita sì, ma compiuta e aperta alle più diverse istanze formative? E, solo nei successivi gradi specialistici, (secondo livello e master di perfezionamento) approntare i curricoli specifici e vocazionalmente adattati del musicista?

In tale eccesso di specializzazioni “anticipate” questo assunto pare sacrificato se non tradito dall’impostazione attuale, che obbligherebbe lo studente musicista più coscienzioso ad acquisire almeno ben 4 o 5 lauree di primo livello: aggiungendo alla preparazione più tradizionale del repertorio classico (quattro secoli di letteratura musicale che non crediamo si possano mettere in alcun modo da parte) quelle di musica antica, di musica jazz e d’improvvisazione, nonché integrativamente di composizione e di didattica!

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