Dalla tangentopoli alla corruttopoli: il conflitto d’interessi come fondamento del sistema

di Mario Musumeci

Gli avvenimenti di cronaca politico-giudiziaria che si succedono in maniera convulsa danno oramai quasi per scontato che alla tangentopoli degli anni ’90 ne sia succeduta, in questa prima decade del nuovo secolo, un’altra ben diversa ma non meno famelica della prima. E i cui contorni vanno sempre meglio definendosi nella loro rilevanza politica e sociale, anche al di là dei risultati che la pur meritoria attività giudiziaria potrà produrre nel breve-medio termine. Si chiarisce però adesso il nesso direttamente consequenziale che lega le vicende attuali alla sconvolgente diffusione nel più recente passato della corruzione e della concussione, associate sia al finanziamento illecito dei partiti sia al criminoso arricchimento dei singoli soggetti coinvolti.

E ciò anche ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano: una pratica sistematica nelle pubbliche amministrazioni, venuta alla luce nei primi anni novanta a partire dalle prime indagini del magistrato, oggi onorevole, Antonio Di Pietro e del pool di magistrati milanesi detto di “mani pulite”. Una pratica di sistema appunto definita “tangentopoli”: allora energicamente imposta dai politici direttamente o indirettamente coinvolti, ma con metodi solo in piccola parte analoghi agli odierni; appresso addirittura produttiva di un ricambio politico-generazionale di importanza epocale, tanto da poterla definire oggi – ma con non poche riserve circa i caratteri di continuità e discontinuità –  quale principale movente storico del passaggio alla cd. attuale “seconda repubblica”.

Questo sistema di malaffare, capillarmente organizzato e ben stratificato negli usi e costumi della pubblica amministrazione italiana, era giuridicamente fondato sulla relazione tra un corrotto o concussore, il politico amministratore, ed un corruttore o concusso, il soggetto imprenditoriale che per avere successo economico versava tangenti al primo. Da qui il nome del sistema. Il fondamento era difatti lo stretto legame che collegava l’imprenditore corruttore al politico corrotto, tanto da costituire un formidabile alibi perfino sul piano morale.

Soprattutto per il primo. “Il sistema è questo, se voglio lavorare devo pagare qualcuno tra coloro che decidono in un modo o in un altro circa le commesse pubbliche”, affermava l’imprenditore coinvolto nelle “illecite dazioni di denaro” (un eufemismo per definire le tangenti). E così motivava la derubricazione nel reato a lui più favorevole della concussione; inquadrato nella pretesa attribuita all’amministratore che chiedeva la tangente una condizione preliminare alla stessa relazione illecita. Ora se io, per avvantaggiarmi economicamente a danno di altri soggetti, pago spontaneamente una tangente ad un amministratore s’intende giuridicamente che lo corrompo e me ne assumo in primis le responsabilità penali: io il corruttore e lui il corrotto. Ma se è il politico-amministratore che pretende da me la tangente allora potrei almeno in parte dimostrare di esserne vittima, in tal caso usufruendo di consistenti attenuanti: lui il concussore, io il concusso. E così la problematica investigativa e giudiziaria (“la gatta da pelare” per magistrati ed avvocati) fu di distinguere tra le due fattispecie giuridiche individuando di volta in volta quella pertinente, a vantaggio e svantaggio dell’una o dell’altra parte. Così quest’ambivalenza agiva da scollante tra il politico amministratore concussore ed il soggetto imprenditoriale concusso: si poteva invocare sì una logica di sistema, un “così fan tutti” che potenzialmente sminuiva i reati commessi, producendo alibi morali a catena per il pur diffuso malaffare. Però al momento del rischio penale era meglio confessare tutto per inquadrarsi tra i concussi e non tra i corruttori. Così si mise a nudo la tangentopoli degli anni novanta.

Ma la situazione attuale è ben altra. Il fatto è che le due figure, nella cd. “prima repubblica” ben separate del politico-amministratore corrotto o concussore e del soggetto imprenditoriale corruttore o concusso, adesso nella “seconda repubblica” coincidono. La politica del malaffare la gestiscono soggetti imprenditoriali, o tali divenuti per l’occasione (magari tramite parenti o affini), che sono anche pubblici amministratori o soggetti politici, comunque coinvolti nella gestione della cosa pubblica. E se il politico concussore di ieri poteva invocare la necessità del finanziamento ai partiti a propria discolpa almeno morale – poi magari tradotta in benefici di legge al momento della condanna – il politico di oggi si costituisce già inizialmente sia come soggetto imprenditoriale sia come pubblico amministratore, già a partire dal caso eclatante del nostro capo del governo pro tempore.

E dunque quello che ieri era definito con un altro eufemismo il “conflitto di interessi” oggi si rivela come il primo fondamento dello stesso malaffare: un gravissimo abuso privatistico nella gestione del pubblico interesse di così alto rilievo nella sua sistematicità da far scadere al confronto alcuni dei reati penali di più notevole allarme sociale. Il politico che decide per l’interesse pubblico è l’imprenditore stesso che decide per il proprio interesse e per la propria azienda, con conseguente gravissimo danno d’immagine per quei politici che ancora preferiscono atteggiarsi a rappresentanti responsabili ed eticamente affidabili della nazione e i numerosi protagonisti di un’imprenditoria sana ed efficiente. Siamo agli avvenimenti attuali: io, politico-amministratore mi svincolo dalle leggi, magari con l’alibi dell’immobilismo burocratico – è il caso, all’ordine del giorno, della politica dei “grandi eventi” gestita emergenzialmente dalla Protezione civile e per interposta mano dalla cosiddetta “cricca” di politici-imprenditori – per decidere poi il meglio per gli interessi privati miei e dei miei sodali. Interessi privatistici ovviamente adattati o addirittura consustanzializzati allo stesso interesse pubblico e così realizzando – con luciferino genio – una formula politicamente vincente per il suo conseguente attivismo. La fase della “ricostruzione” dopo il terremoto abruzzese costituirebbe un modello esemplare, per impegno mediatico, di tale pratica. Però – dietro il paravento: tra costi ritenuti sovrastimati e commesse attribuite agli amici – il politico si arricchisce più  o meno lecitamente; oppure, in un rapporto costante di scambio, fà arricchire più  o meno lecitamente i suoi sodali. I quali, compagni o sostenitori di partito, politicamente gli si legheranno a doppio filo. E tra questi – guarda caso – i più attivi sul piano economico-finanziario sono proprio imprenditori. Appresso seguono schiere di avvocati e giornalisti – anch’essi, nei casi più determinanti, politici e ben posizionati. Schiere atte a produrre le più fumogene cortine difensive. E costituite in veri e propri apparati intimidatori per la stampa libera e la pubblica opinione: versione ben più sofisticata e “democraticamente” accettabile dei manzoniani bravi di don Rodrigo. Una parentesi d’ottimismo: che almeno ci conforti la tragica fine dello stesso, grazie … alla Provvidenza divina. O, com’è ancor più inevitabile, al destino delle umane cose. Al momento assistiamo alla delegittimazione esercitata nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine, fino al tentativo di imposizione di norme impensabili in uno stato di diritto: che arrivano perfino ad avvantaggiare “il ladro” sulla “guardia”, nell’interna dialettica della funzione repressiva del crimine. Una delegittimazione attuata ferocemente perfino ricorrendo, se e quando utili, a metodi di una violenza politica inaudita. E che del concetto costituzionale di partito politico, quale baluardo delle democrazie pluralistiche occidentali, sembra oramai aver fatto totale scempio.

In definitiva: nell’ordinamento giuridico della società italiana si son venute tanto gradatamente quanto pervasivamente a costituire  delle nuove configurazioni di soggetti e situazioni giuridico-istituzionali, davanti alle quali la vigente giurisdizione si trova normativamente sguarnita e gli stessi politici inadeguati a dare risposte appropriate. Implicando pertanto, e proprio come negli anni novanta, la supplenza dell’attività giudiziaria: delegando alla generosità (della parte migliore) della magistratura italiana l’unica possibilità di iniziativa risolutiva. Si tratta del partito-azienda che verrebbe a costituire proprio in tali termini, e con il limitato riferimento al gruppo effettivamente preposto alle attività decisionali, una iperattiva associazione a delinquere, programmata com’è all’occupazione degli spazi amministrativi a fini di cointeressate condotte gestionali, penalmente più che rilevanti. E del conflitto di interessi, che inteso in stretta relazione, verrebbe a costituire lo strumento per rendere coincidenti, e dunque estremamente più difficili da perseguire, le attività corruttive e concussive. Altro che possibile causa, come ancora si continua ”accademicamente” a discettare sul piano politico; sul piano giuridico si tratterebbe proprio del fondamento del malaffare!

Prova ne sia proprio nell’attualità che come buchi del sistema – vere e proprie situazioni di inceppamento dell’odierna corruttopoli – si stanno rivelando proprio le ripresentazioni, a ridosso del nuovo, anche del vecchio meccanismo: l’imprenditore A. corruttore (o concusso? Ma pare ci fosse solo lui, in questo modello ben più centralizzato di corruttela) e i politici-amministratori della cd. “cricca” (concussori dunque ma anche corrotti). Certamente al proposito bisognerà aspettare i tempi della giustizia e nel frattempo barcamenarsi alla meglio tra coperture garantiste e grida giustizialiste. In altri paesi però il semplice sospetto provocherebbe l’allontanamento dalla vita politica di questi ”signori”. Così la verità che si sovrappone a quella giudiziaria ci sembra innanzitutto politica: si può far coincidere un sistema democratico, con alle spalle la pur nobile tradizione della nostra Costituzione, con un sistema politico fondato sulla progressiva “legalizzazione”, come accettazione in quanto prassi diffusa, del ladrocinio, se politicamente protetto ai più alti livelli? Legalizzazione e non tolleranza, si badi bene: questa è sempre esistita, almeno in quanto riferita ai potenti di turno.

Dove stiamo andando? Tre ipotesi tra il medio e il lungo termine. Per il breve non si nutrono molte speranze.

La soluzione greca (europea?): l’interesse generale del paese in preda allo sfascio economico-finanziario viene sovrapposto su quello del riequilibrio morale e politico. Insomma si afferma la formula del “todos caballeros!” per politici e amministratori corrotti: qualche caprio espiatorio tra le pedine del gioco e una gran moltitudine di famiglie ulteriormente vessate sul piano economico se non ridotte al lastrico da disoccupazione e perdita di valore dei salari.

La soluzione americana (U.S.A., ovviamente): un evento importante di rilievo epocale si sovrappone sulle questioni in gioco, riformulandole all’interno di una prospettiva ben più ampia per riferimenti economico-finanziari, politici e sociali. Tutto viene dimenticato davanti ad emergenze ben più gravi e coinvolgenti. Si pensi, come situazioni estreme,tra il pessimistico e l’ottimistico, alle emergenze del terrorismo o del crac bancario americano oppure all’elezione di un Obama e al costante e produttivo dialogo che questa sta comportando tanto tra Europa e Stati Uniti quanto tra Oriente e Occidente. La soluzione ottimale, per l’attuale ceto politico, potrebbe vertere sulla istituzionalizzazione delle attività lobbistiche. Così anche noi potremo finalmente avere un Bush, politico e presidente della nazione, imprenditore e petroliere; il quale, contornato da consiglieri anch’essi legati alle lobby del petrolio, potrà inviare qualche migliaio di giovani soldati (non certo i suoi figli o i figli dei potenti che lo contornano) a morire per difendere tra l’altro proprio gli interessi delle lobby petrolifere.

La soluzione italiana (ricorrente ma non scontata): un risveglio di orgoglio nazionale preceduto dal proficuo attivismo delle frange più coraggiose della magistratura; che nel perseguire ad oltranza la corruttopoli ne sveli inconfutabilmente la coincidenza con il nuovo sistema di potere, più sofisticatamente riadattatosi dopo la travolgente esperienza dell’ormai superata fase di tangentopoli. Ma occorrerà ben più appropriatamente disvelare nel conflitto di interesse l’effettivo, e non solo potenziale, fondamento corruttivo del sistema democratico; predisponendo una volta per tutte le basi giuridico-normative e giurisdizionali per configurarlo come crimine di alto rilievo penale. Forse l’unica vera riforma costituzionale di cui abbiamo bisogno per non scivolare in un più definitivo sfascio. E anche, in simultanea, riferendo l’arricchimento derivato da conflitto d’interesse non alla sola posizione individuale bensì con aggravante a quella associativa; data la più grave incidenza sul piano politico-istituzionale analoga (qualcuno sostiene addirittura, ma con prove alla mano: coincidente) all’associazione mafiosa, da cui deriva tanto da esserne ben supportata sul piano locale (è un caso la sempre più difffusa presenza di politici collusi con le organizzazioni delinquenziali che controllano in parte il il territorio di loro specifica elezione?), e pertanto in grado di gravemente inficiare il sistema democratico. A questo punto però la politica si va già sovrapponendo pesantemente sul diritto facendo valere le sue pretese. Ma fino a che punto sarà possibile un compromesso? In definitiva varrebbe la pena di puntare su quest’ultima ipotesi. Anche se sappiamo che il nostro italico, tanto “celebrato”, trasformismo ci riserverà pur sempre qualcosa in più dietro l’angolo. Tale da continuare a far rifulgere, nei ricorsi storici, i nostri vizi e le nostre virtù.

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