A.f.a.m.: quale futuro per artisti e musicisti?

di Mario Musumeci

A distanza di un anno e più, gli argomenti trattati nella seguente intervista con il Direttore generale dell’Alta formazione artistica e musicale Dott. Giorgio Bruno Civello, curata per conto della nota rivista La Tecnica della Scuola, sono ancora d’attualità e integrano quelli posti in discussione sul sito.

Bruno Civello: La riforma dell’Afam in dirittura d’arrivo

Scuola e Università sembrano avviarsi in crescendo verso un autunno estremamente caldo: si prospettano scioperi e varie manifestazioni di protesta nei confronti della gestione politico-amministrativa dell’attuale governo, accusato di decisionismo e di economicismo. Parallelamente la depressione economica internazionale in corso prospetta un futuro ancora più incerto, specialmente per il cosiddetto precariato intellettuale costituito in buona parte dai professionisti della didattica e della ricerca, insegnanti di ogni ordinamento e grado scolastico ed accademico-universitario. Tra questi gli artisti, docenti e studenti negli istituti superiori degli studi musicali e delle industrie artistiche e nelle accademie di belle arti, di danza e di arte drammatica: una minoranza estremamente attiva ai fini dell’immagine internazionale dell’Italia; paese tra i più dotati e rappresentativi per storia e tradizioni d’arte e di accoglienza e per patrimonio naturale ed artistico. Urge allora fare chiarezza almeno informativa davanti alle aspettative sempre più frustrate delle nuove generazioni. Facciamo un punto sulla situazione con il Direttore generale dell’Alta formazione artistica e musicale, dott. Bruno Civello.

  • Tra le voci che si accavallano sulle sorti della riforma dell’Afam, a partire dalla legge 508/1999, può esprimerci la sua autorevole opinione?

Sono certamente improprie e non corrispondenti al vero le voci, che lei mi riporta, circa un fallimento della riforma o addirittura circa una sua presunta totale inattuazione. Vero è che si è proceduto all’inizio con estrema lentezza. Ma altrettanto vero è che negli ultimi due-tre anni il processo di attuazione della legge 508 si è particolarmente accelerato e che al momento ci si avvia a portarlo a compimento. Manca difatti l’approvazione dell’ultimo dei tre regolamenti previsti, quello riguardante le modalità per la programmazione, lo sviluppo e la valutazione delle istituzioni e del reclutamento del personale, secondo criteri di massimo avvicinamento al modello universitario; con le modalità per individuare i requisiti per le nuove sedi e per l’attuazione di corsi decentrati e per eventuali accorpamenti per le istituzioni che non si reggono per insufficiente numero di studenti o per insufficienti situazioni organizzative. Già predisposto durante il ministero Mussi questo regolamento ora è all’attenzione del ministro Gelmini. Se ritiene di doverlo presentare per portarlo a compimento basteranno l’esame al consiglio di stato e i pareri positivi delle competenti commissioni parlamentari. La riforma a quel punto sarà conclusa sotto tutti gli aspetti. Vero è che qualcuno ritiene che non sia stata definita la parte didattica, ma ciò non è vero perché tale lavoro con tutto lo studio preventivo è stato portato già a compimento durante la precedente legislatura, con la collaborazione della conferenza dei direttori e del Cnam. Con apposito DM sono stati definiti gli ordinamenti dei corsi di primo livello, mentre per il secondo livello, attualmente sperimentale, si attende l’approvazione proprio di quest’ultimo regolamento sulla programmazione e lo sviluppo delle istituzioni; a quel punto il secondo livello verrà stabilizzato. Difatti nel frattempo sono già vigenti in quanto emanati con appositi DPR (N.d.R.: decreti del presidente della repubblica che fanno entrare in vigore atti regolamentari dell’esecutivo attribuendo loro un grado paritario alle leggi approvate dal parlamento): un primo regolamento sull’autonomia statutaria che ha già sancito e specificato la qualificazione accademica delle istituzioni dell’alta formazione artistica, in quanto paritaria a quella universitaria sotto vari profili; un secondo regolamento sull’autonomia didattica che fissa i criteri generali dei corsi di vario livello, con stretta analogia all’universitario 3+2, disponendo per gli impianti disciplinari una quota fissa del 60 % come obbligatoria per tutte le istituzioni e un 40% demandato all’autonomia di ciascuna, auspicabilmente espressa in termini di vocazioni, tradizioni e scelte locali. Va detto che il decreto ministeriale attuativo di questo secondo regolamento è al momento sospeso per l’intervento del TAR del Lazio su richiesta di alcune parti sindacali e, per nostro ricorso di secondo grado, si attende adesso la valutazione autoritativa del Consiglio di Stato. Purtroppo tali intoppi vanno anche considerati in quanto dialetticamente legati all’ordine delle cose; inerenti un complesso processo di profonda trasformazione, tale da trovare anche resistenze di vario tipo: non di rado connesse ad una effettiva disomogeneità della situazione sul piano nazionale e qualche volta anche a sbrigative o corporative interpretazioni della riforma.

  •  L’equiparazione di titoli di studio accademici e universitari è stata definitivamente attuata?

Occorre fare chiarezza. L’equiparazione in via generale è oramai un fatto, perfino sancito da un’apposita norma di legge del 2003, e ciò anche in ambito europeo: le istituzioni dell’Afam rilasciano a tutti gli effetti dei diplomi accademici di grado paritario ai diplomi universitari. Si tratta indiscutibilmente, come previsto in sede europea, di titoli dello stesso livello. E dunque le denominazioni, tanto care agli italiani, di “laurea” e soprattutto di “dottore” (appunto, in quanto “laureato”) sono del tutto pertinenti. Anche se personalmente vedrei con più favore la rivalutazione della più tradizionale denominazione non certo diminutiva di “maestro”. E mi permetto di osservare che in Europa tali denominazioni (laurea, dottore) non esistono neanche per i titoli universitari di primo e secondo livello; sono legate ad un costume tipicamente nostrano per certi versi superato proprio dalla collocazione europea. Comunque, trattandosi di falsi problemi, tornerei all’aspetto pratico: se un concorso pubblico è bandito con la richiesta ai fini dell’ammissione di una laurea generica si dovrà intendere l’espressione come riferita sia a diplomi universitari che accademici; e proprio così si sono espresse alcune sentenze, prendendo atto del mutato quadro normativo. Ben altra cosa è l’equipollenza, (N.d.R.: prevista dall’art. 2 comma 5 ultimo capoverso della legge di riforma mediante apposita decretazione ministeriale). In tal caso l’intervento regolamentativo è da riferirsi ai casi di concorsi pubblici in cui le competenze richieste sono specificamente determinate. Ciò richiede un esame comparativo fra titoli che esprimono competenze in comune. E allora tale previsione va intesa commisurando tali diverse competenze, reputabili più o meno come omogenee e tutte riferibili alla figura professionale richiesta. Ad esempio così come lauree in giurisprudenza, in scienze politiche e in economia e commercio sono equipollenti ai fini del conseguimento dell’abilitazione alla professione di commercialista, ciò potrebbe ad esempio accadere tra un diploma accademico in esecuzione e interpretazione strumentale e un diploma universitario di musicologia, ai fini del riconoscimento dei titoli richiesti per una determinata professione. Così pure per il design delle accademie di belle arti e il design delle facoltà di architettura. Ma solo sulla base di congruenze interne agli specifici curricoli di studio degli stessi. Certamente è difficile immaginare una generica equipollenza non svolta caso per caso e che permetta di assumere, solo a titolo di esempio, un musicista (pure con laurea specialistica) per svolgere le funzioni di un qualsivoglia laureato in altro campo disciplinare!

  • È ipotizzabile un futuro per i corsi di didattica della musica, che hanno visto sospese le nuove iscrizioni in analogia alla sospensione delle Ssis di indirizzo musica e spettacolo? E per i più recenti corsi di didattica strumentale, viceversa confermati per il prossimo A.A.? E per i corsi corrispondenti delle Accademie?

Nella primavera del 2008 il governo con apposita legge ha sospeso il funzionamento delle Ssis (scuole di specializzazione all’insegnamento secondario) a partire dal nuovo ciclo di iscrizioni (il decimo) e nell’attesa di metter mano all’intero quadro della formazione dei docenti. Tra le varie proteste, attuate da questo specifico comparto e in maniera ancor più specifica da parte dei musicologi universitari, una è pervenuta al ministro tramite l’autorevole intervento del Cun (consiglio universitario nazionale) chiedendo in analogia la sospensione dei corsi di didattica della musica. Ovviamente l’analogia in questione non è determinata da alcuna vincolante legge. Ma il ministero ha valutato, ed io reputo saggiamente, di avviare coerentemente e per evitare disparità di trattamento (impugnabili al TAR) un momento di riflessione, che non credo però temporalmente indefinito, sospendendo (non certo “abrogando”) anche i corsi di didattica della musica. Dato che anche qui è stato rilevato un numero eccessivo di diplomati in didattica (dunque aspiranti all’insegnamento di educazione musicale) e va da sé che a breve non ci sarebbero posti di lavoro utilizzabili per loro. Ma soprattutto abbiamo così salvaguardato i neonati corsi didattici per la formazione strumentale (classe A077 e relative sottoclassi) e i cosiddetti cobaslid, i corsi biennali didattici istituiti presso le accademie di belle arti. E va detto che proprio l’idea ricorrente negli ambienti ministeriali di inserire lo strumento musicale un pò in tutti i settori scolastici (il riferimento è anche ai lavori prodotti in tal senso dalla commissione Berlinguer) permette di intravvedere un futuro di concrete possibilità per i possessori di questo diploma accademico specialistico-didattico.  

  • Negli anni ‘70/’80, con l’inserimento delle ore obbligatorie di educazione musicale nella scuola media, sono stati massicciamente immessi in ruolo buona parte degli insegnanti oggi in servizio. Sarebbe ipotizzabile entro i prossimi dieci anni un parallelo e massiccio ricambio generazionale, con il pensionamento più o meno simultaneo degli stessi e dunque una grande apertura di prospettive lavorative? Esistono, a sua conoscenza, uffici ministeriali preposti ad una qualche programmazione in merito a tali previsioni?

È possibile ed anche auspicabile che questo accada, anche se bisognerà fare i conti con l’attuale tendenza a contrarre gli organici. Personalmente ritengo, così come generalmente accade in ambito europeo, che a livello di formazione di base lo studio della musica non vada confuso con lo studio applicato su uno strumento musicale, che richiede didatticamente competenze specifiche. E quindi sarebbe estremamente miope un accorpamento di classi di concorso (A031 e A032 assieme ad A077), proprio nella previsione di ulteriori aperture in tal senso (scuola secondaria superiore a indirizzo musicale). In conclusione però, trattandosi di questioni non pertinenti direttamente il mio ufficio, girerei la sua domanda alla direzione generale della scuola media e all’ufficio programmazione e studi del ministero. 

  • Quale futuro nel campo dell’insegnamento per le nuove leve di docenti delle istituzioni dell’Afam, immesse o meno in graduatorie nazionali ad esaurimento? Solo contratti temporanei?

L’argomento costituisce la materia del sopra richiamato terzo ed ultimo regolamento di attuazione della riforma, ancora in corso di approvazione. Analogamente alle università si procederà con contratti da annuale a quinquennale sulla base di una idoneità nazionale attribuita per soli titoli. Solo i docenti in possesso di questa idoneità potranno partecipare ai concorsi per titoli ed esami, con una specifica prova didattica, per contratti quinquennali banditi da ciascuna istituzione, in analogia con i concorsi universitari per i professori associati. Maturati i cinque anni continuativi d’insegnamento e qualora si sia creato il posto in organico di ruolo l’istituzione potrà convertire in ruolo la posizione del docente, nei limiti dell’organico che già ha. Quindi avremo sempre una parte di docenti di ruolo assieme ai docenti contrattisti. Abbiamo costruito però un sistema flessibile con l’ulteriore possibilità della chiamata diretta alla docenza per chiara fama, senza procedure d’idoneità e anche a prescindere dai limiti d’età, in una quota percentuale dell’organico discrezionale ma non superiore a quella definita dal regolamento. Un altro elemento di flessibilità è la facoltà di chiamare docenti anche senza limiti di età per la cosiddetta didattica integrativa, riferita alle attività laboratoriali e seminariali. Vorrei osservare, proprio in merito al futuro da lei richiamato per le nuove leve, che, se da un lato personalmente reputo di difficile attuazione la creazione di tre ruoli separati, ossia delle tre fasce di docenza in analogia a quelle universitarie dei ricercatori e dei professori associati e ordinari, d’altro canto sarebbero da prevedere i profili del tecnico laureato: figura di non-docente ma di importante supporto alla docenza, soprattutto per la realizzazione della parte pratica e laboratoriale. A titolo di esempio: tecnici informatici di sostegno alla musica elettronica, operatori nell’elaborazione del suono, addetti alle biblioteche … Manca anche la figura importante del borsista, studente tra i migliori coinvolto con apposite borse di studio in progetti di studio e di ricerca.

  • In merito alla istituzione di diplomi accademici di formazione alla ricerca in campo artistico e musicale, paragonabili agli universitari dottorati di ricerca, cosa può dirci? E per i previsti Politecnici delle arti il riferimento alla legge di riforma è di piena ed esclusiva autonomia?

I dottorati sono ancora da realizzare e sarebbe auspicabile che ciò avvenga in collaborazione con le università, sulla base di convenzioni approntate in un clima collaborativo di reciproca fiducia e interscambio. Perciò a titolo d’esempio vorrei citare il caso delle specializzazioni post-secondo livello in musicoterapia recentemente avviate in collaborazione tra ateneo e istituto superiore di studi musicali a Verona e a L’Aquila. La legge prevede i politecnici delle arti tramite accorpamenti e fusioni tra strutture dell’Afam e università. Ma al momento le reputo irrealizzabili, per la notevole differenza di status giuridico delle relative figure di docenza e per la disparità di riferimenti normativi relativi al trattamento economico tra stipendi universitari (determinati dalla legge) e accademici (determinati dalla contrattazione collettiva sindacale). Poi chi dovrebbe essere il rettore e con quali prerogative che non scontentino una o più delle parti in causa? Invece l’istituzione di politecnici cui afferiscano solo istituzioni Afam è ben immaginabile, ed anche auspicabile nei termini di una profonda innovazione delle esperienze e dei curricoli di studio delle generazioni a venire.

 

  • Gli istituti superiori degli studi musicali continuano ad essere i baluardi di una occidentale tradizione storica. Come può equilibratamente conciliarsi tale salvaguardia, peraltro attiva e vivace e certamente non solo museale, con le molteplici tendenze della vita musicale ereditate dal XX secolo? Insomma, meglio riferirsi solo a corsi di studio separati e già funzionanti con risultati anche lusinghieri, quali, ad esempio, gli indirizzi relativi alle nuove tecnologie e ai nuovi linguaggi, i corsi di musica jazz e di musica d’uso ed etnica? Oppure individuare e incentivare forme e contesti di integrazione pluridisciplinare con la tradizione classica, cui indubbiamente questa novità, di repertori e modalità di studio, offrono nuova linfa vitale?

Si tratta di questioni complesse che riguardano soprattutto le competenze degli addetti ai lavori, i quali si esprimono in proposito alquanto in contrasto tra loro: ad esempio autorevoli jazzisti sostengono che la formazione classica per i loro studenti non va bene e che bisognerebbe iniziare da subito con una specifica formazione jazzistica. Per quanto riguarda la mia esperienza io auspicherei che il diploma accademico triennale acquisti sempre più una fisionomia generalista, più legata all’interdisciplinarità, in congruenza con la natura accademico-universitaria di questi studi ma anche con le linee di tendenza europee a partire dalla convenzione della Sorbona; dunque una fisionomia compiuta in sé ma assieme aperta alle successive specializzazioni. Viceversa contesto, in pieno accordo con lei, una certa diffusa tendenza a riprendere le stesse competenze dal primo al secondo livello o addirittura a prolungare le competenze dal primo al secondo livello, senza il reale perseguimento nel diploma accademico specialistico di ulteriori e ben più mirate competenze specialistiche: questo dagli studenti può essere percepito come un “allungare il brodo” e si rivelerebbe perdente nella media e lunga scadenza per tutte le istituzioni. Infine vorrei concludere che, a mia esperienza, noto due velocità nel sistema. Alcune istituzioni hanno prodotto, sperimentato, innovato. Altre sono rimaste al palo, nonostante la diffusa crescita di offerta e domanda formativa. Il sistema non ha ancora acquisito una fisionomia uniforme e spero fermamente che questo possa almeno tradursi, al momento della piena attuazione della riforma, nella chiara affermazione di una qualità vocazionale variamente e positivamente espressa sul territorio nazionale. Insomma attendiamo un più consistente e generalizzato salto di qualità, nella piena e responsabilmente partecipata comprensione dell’oramai avvenuta collocazione in un sistema di livello universitario.

(Intervista a cura di Mario Musumeci)

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