Tutto è perduto fuorché … il mestiere

in risposta ad un articolo di Antonio Grande, postato su www.sidam.orge e ad un relativo intervento del più giovane collega Raffaele Molinari:

In difesa della Teoria Musicale

di Antonio Grande

Sono molto perplesso circa i modi con cui sono rubricate le nostre competenze nel quadro della stabilizzazione oramai fatta dei Corsi Accademici. In linea di massima emerge un’impronta pericolosamente obsoleta se si pensa che i nostri corsi sono ancora caratterizzati da etichette come ‘Armonia’, o ‘Analisi Formale’. Si tratta con tutta evidenza di una trasposizione di vecchi nomi che ben conosciamo e dunque di un’altrettanto vecchia mentalità tutta costruita, peraltro, a ridosso della Teoria Musicale tardo ottocentesca quando l’Armonia era effettivamente la prospettiva dominante.
Il corso di ‘Teoria Musicale’ – dizione presente nei nostri amati corsi sperimentali sostitutivi dell’Armonia Complementare – come mi ha ricordato proprio di recente il mio direttore, rientra in un’altra area disciplinare, ossia quella della vecchia Teoria e Solfeggio. Dunque dobbiamo ritenere che la dizione ‘Teoria musicale’ evochi ancora la materia in cui si studia cos’è una legatura di valore, o quanti bemolli ha Fa maggiore, e non quella disciplina così autorevole e prestigiosa che noi conosciamo. Sicchè succede che l’Armonia, che è una branca della Teoria Musicale, rientra nelle nostre competenze, mentre non ha questo requisito la Teoria Musicale in quanto tale. Non è un paradosso? Ma non basta: il Contrappunto e le tecniche ad esso affini, dunque le tecniche compositive (tonali), restano appannaggio del docente di Composizione. Ora, a parte l’incresciosa e ulteriore segregazione di categorie musicali inscindibili come Armonia e Contrappunto (è assai istruttivo, ad esempio, ricordare fra gli altri come la pensa in merito lo schenkerismo, soprattutto nella vulgata che ne dà Oswald Jonas), vorrei far notare che nella trattatistica settecentesca non si studiava tanto l’Armonia quanto la Composizione, come risulta ad esempio leggendo Koch o Kirnberger. Dal che si deduce che noi non possiamo insegnare la trattatistica perchè esulerebbe dalle nostre attribuzioni. Ma allora che Alta Formazione facciamo? E come si fa ad analizzare Haydn senza conoscere per nulla la teoria coeva, rischiando di applicarvi categorie pensate 70 anni dopo da A. B. Marx (nei casi migliori) o quelle miopemente strutturalistiche dei tanti nipotini di Darmstadt (nei casi peggiori)? E poichè ho tirato in causa i trattatisti del 700 vorrei far notare che la loro opera si basava in buona parte sullo studio della ritmica fraseologica (la famosa ‘Taktordnung’ di Joseph Riepel). Ma non è previsto un corso che ne affronti la problematica in modo specifico, a meno di non considerare la dizione ‘Armonia’ (o ‘Teorie e tecniche dell’Armonia’) come un termine ombrello applicato impropriamente per riferirsi ad aspetti di tecniche storiche della Composizione. Quanto alla materia presente nel settore “Teoria, ritmica e percezione musicale”, sappiamo che è in prevalenza pensata per l’acquisizione di competenze ritmiche e non ha molto a che vedere con quello a cui sto alludendo. Si tratta dunque di un’area semplicemente cassata, probabilmente per ignoranza degli estensori.
Tanto per generalizzare vi propongo un ‘giochino’. Sfogliamo un testo autorevole di Teoria musicale preso come riferimento, “The Cambridge History of Western Music Theory” curato da T. Christensen, e chiediamoci quale spazio vi occupa l’Armonia (ossia il ‘pezzo forte’ della nostra area disciplinare). Su 31 capitoli solo 4: precisamente l’8, il 14, il 24 e il 25, che in percentuale è il 12,9%. Ossia quasi un 80% del sapere teorico non rientrerebbe nelle nostre competenze più caratterizzanti.
Concludo con un altro pensiero. La trattatistica – se si esclude quella rivolta essenzialmente al singolo strumento (intendo dunque quella teorica, che più ci riguarda) – viene contemplata solo all’interno dell’area storica. Si delinea cioè un’idea della musicologia tutta sbilanciata sul lato storico, cosa che non corrisponde più da tempo alla natura attuale di questa disciplina.
Il nostro direttore, per bilanciare certe inadeguatezze, ci ha consigliato di approfittare delle ore previste per l’Offerta di Istituto. E’ un ripiego, ma forse – opportunamente gestite – permetteranno di non offendere la dignità di una disciplina millenaria come la Teoria Musicale che esce sicuramente malconcia da questa sedicente riforma.

Antonio Grande

Tutto è perduto fuorchè … il mestiere

di Mario Musumeci

O meglio: tutto è perduto, fuorché … l’amore per il proprio mestiere.

Cito o richiamo, per discuterne, gli argomenti o quanto asserito più di recente in articolo o in commento dagli amici Raffaele (Molinari) e Antonio (Grande). Ai quali presto – spero – se ne aggiungeranno altri nel blog (N.d. R.: si tratta del blog www.sidam.org).

  1. A me consola vedere ancora studenti disponibili e interessati. Non grandi studiosi ma aperti e sensibili, in grado di gratificare chi si sforza di suggerire loro un percorso aperto.”

Appunto, e non sono pochi se si considera che dalle nostre classi passano una discreta percentuale – tra la metà ed un quarto – degli studenti che poi tendenzialmente arrivano a compiere gli studi. Se si pensa alle classi di 10-12 docenti delle ex-discipline principali siamo sicuri di essere proprio nella peggior condizione?

  1. Ritengo che l’esperienza del blog sia sostanzialmente fallita, nessuno si è fatto vivo. Dunque dobbiamo articolare in modo diverso il nostro sforzo.

Beh, perché liquidare la cosa così in fretta e in furia? Va detto che molti di noi, docenti di discipline compositive, hanno già un sito personale e preferiscono spendere il loro tempo per arricchire quello. Inoltre il senso di appartenenza ad una categoria (o, come mi piacerebbe chiamarla, una comunità scientifica) non si crea dall’oggi al domani. E se nessuno ci prova con metodica insistenza e grande fantasia e con costante piacere di applicarvisi, non succederà mai!

  1. Leggo ammutolito le scoraggiate parole di Antonio.

Io credo che Antonio prenda innanzitutto atto delle contraddizioni del sistema attuale. E, ovviamente, sono d’accordo con lui.

Ecco perchè utilizzo ad ogni piè sospinto nuove espressioni al modo di effettive parole d’ordine, a ridosso della “analisi”: adesso stabilizzata nell’uso e nella definizione di un vasto campo di opzioni disciplinari (o forse, addirittura, inflazionata).

Eccone alcune, di queste “nuove” parole d’ordine:

  • Teoria generale della musica

Mi rifarei proprio al nobile auspicio, fatto “extra moenia”, dal filosofo Giovanni Piana, proprio nella sua “Filosofia della musica“: a me è risultato comodo raccoglierlo perchè a suo tempo, tanti anni fa, questa espressione l’ho approfondita con impegno in altri settori di studio – non pertinenti l’arte, trattandosi di Teoria generale e di Filosofia del diritto (sic!), ma neppure concettualmente tanto lontani, in termini di una umanisticamente mirata logica “sistematico-formale” …

Vorrei aggiungere, concordando con Antonio (ma nei termini di un pessimismo della ragione che non smette mai di poggiare poi le sue risoluzioni su un ottimismo della volontà), che mi pare abbastanza significativo che a fronte di direttori di conservatorio che risultano culturalmente e concettualmente incapaci di capire la profondità di tali tematiche (ma ho trovato anche dell’altro …), mi è capitato di amabilmente confrontarmi con un matematico (sic!) direttore di SSIS e un rinascimentalista-medievista preside di facoltà a proposito, addirittura, di Teoria generale ed epistemologia della musica, con ampi inserti critici sulla considerazione di una Teoria considerata poi esiguamente alla stregua di una grammatichetta di base …  Potrei parlare ancora di amici ordinari di chimica e di pedagogisti cattedratici …

  • Teoria e analisi dello stile (per me, come sottotitolo dell’Analisi delle forme compositive per compositori nel biennio).

Qui il discorso ci porterebbe lontano e neppure lo affronto. Ma se lo facessi, una volta tanto, non per forza procederei facendo leva su esperienze e testi metodologici tutti provenienti dall’estero: traduciamo si, ma per favore guardiamoci anche attorno per non cadere in un provincialismo all’incontrario, qual è in ultima analisi l’esterofilia ad ogni costo …

Vorrei osservare ancora che l’espressione “analisi” è presente ben quattro volte tra le nostre competenze secondo declaratoria (… trasformate, a torto o ragione, in discipline) e che nei licei musicali la disciplina unitaria Teoria, analisi e composizione guarda sicuramente al futuro … per chi ovviamente non parte già da orbo.

 Anche a me sarebbe sembrata più corretta la continuità definitoria con la precedente “Teoria e analisi musicale“, ma ha tutti i torti, sul piano pratico (consapevolezze culturali a parte, qui i ricambi generazionali ci riguardano comunque tutti), il direttore che richiama le competenze da attribuire almeno nominalmente ai docenti di solfeggio; i quali comunque sono tenuti a nobilitarle e a nobilitarsi, come noi …?

Peraltro proprio la sopra richiamata, e “neonata”,  disciplina liceale Teoria, analisi e composizione non si indirizza forse evolutivamente verso una qualificazione unitaria delle duplici competenze del teorico di base e del teorico “generale” – per come occorrerebbe definirlo per ovvia necessità di distinguo?

Insomma dovremmo a parer mio e fin d’ora immaginarci un futuro in cui siano unificate, nonchè ampiamente articolate sul piano intradisciplinare, le competenze:

  1. del grammatico, rivolto per lo più alla formazione di base [1]
  2. e del teorico-analista, impegnato anche nell’esercitazione minicompositiva: possibilmente da non sclerotizzare in “modelli unici”, seppur storicisticamente validi … quali il Corale, il Basso continuo, la Canzone etc.; anzi facendo giocoforza esperienza integrata con le pratiche minicompositive (analiticamente integrate) che toccherà proprio a noi approfondire nei corsi accademici preposti (vedi appresso).

Questa figura di docenza probabilmente con il tempo – e se ben sorretta da un adeguato processo di maturazione – tenderà a sopravanzare  le attuali competenze metodologiche dei docenti di exArmonia e di exSolfeggio. Ma non di necessità anche quelle professionali: sarebbe offensivo anche il semplicistico presupporlo, se non caso per caso …

Ecco perchè nel riformulare gli attuali programmi di triennio bisognerà guardare con un occhio privilegiato anche questa realtà in progress, magari commensurandola alla relativa attuazione dei corsi di formazione di base. Corsi di base che qualche buontempone [2] vorrebbe sbrigativamente appiattire nelle vecchie, “preistoriche competenze” dell’armonia (complementare), disciplina non più esistente se non ad esaurimento in quei corsi tradizionali che non hanno a suo tempo attuato la sperimentazione di Teoria e analisi musicale.

Ma veniamo al dunque del nostro mestiere, riformulato (?) da nuovi (ma anche antichi) nomi di discipline.

  1. Teoria e tecniche dell’armonia sembrerebbe un passo all’indietro solo se dimentichiamo che la parte più strutturata dell’apprendimento tecnico della musica, dopo la lettura melodica e polifonica è proprio quello indicato dal titolo; e non necessariamente impiantato in termini grammaticalistici, pur necessitando di un solido e ben praticato apparato di nozioni. Sta a noi integrarlo con i cooperanti fattori melodici e polifonici, ritmici e formali – architetturali, di genere, processuali, retorico-ordinativi e programmatici, di tonalform (per rifarmi alle osservazioni di Ra.Mo. sulle Guidelines di La Rue) , e anche sonoriali e timbrico-articolatori. Basta indicarlo nei programmi che, e qui sta il bello, sono demandati solo alla nostra responsabile autonomia accademica, e peraltro sintetizzabili nella formula di prove d’esame: dunque contenutisticamente modificabili di anno in anno …
  2. Fondamenti di composizione è una novità, anche se da sempre implicata nel nostro lavoro. La riferirei innanzitutto a quella prassi minicompositiva, che sul piano pratico non dovrebbe essere mai disgiunta dall’analisi: l’eccesso di verbalizzazione in quest’ultima può essere devastante per certe tipologie d’intelligenza più versate (… credo giustamente) sul versante cinestetico-performativo dei nostri discenti. Ricordo che l’intelligenza logico-formale – che mi pare ovvio intersechi a sufficienza quella dell’apprendimento tecnico-compositivo, pur sempre fondata su ordini insiemistici e organizzativi di specifico campo – è troppo spesso confinata nelle classi di composizione. Dunque i Fondamenti di composizione per gli strumentisti possono costituire un’occasione preziosa, se ben giocata sul piano di un insegnamento laboratoriale.
  3. L’Analisi dei repertori – /ex-Analisi della letteratura musicale di specifico repertorio/ex-ex-terzo anno di perfezionamento di Teoria e analisi musicale -, terza annualità anche nei Trienni, costituisce un oramai (almeno per noi a Messina) collaudato coronamento degli studi; che – nella nostra esperienza – nei casi migliori non sfigurerebbe rispetto la media dei musicologici dottorati di ricerca. Certo è una fatica sostenerli, ma il piacere del buon risultato, magari collegato ad una approfondita, successiva, tesi di laurea e relativa pubblicazione in estratto è cosa impagabile. A scanso di equivoci, per tutti i colleghi che mi leggono, vorrei chiarire che “analisi” non significa tanto la verbalizzazione della comprensione di un testo musicale quanto la verificabile comprensione in profondità del testo stesso soprattutto in termini di consequenziale e arricchito approccio performativo e pure di preventivo studio mentale; a ridosso perfino dello studio strumentale, troppo spesso agito in esclusivo impegno manuale … E anche affrontata all’interno di modelli tipici della prassi compositiva: sono tante, ad esempio – e data la particolarità storica della relativa letteratura strumentale – le trascrizioni per quartetto di sassofoni di partiture polifoniche e fughistiche – da Bach a Shostakovich; oppure l’analisi svolta in forma di revisione in partitura analitica (alla maniera degli Alexanian o dei Mainardi, che i violoncellisti praticano ancora e ben conoscono …) riferita con maggior successo proprio a quegli studenti che alla propria manualità performativa fanno riferimento pressocchè esclusivo; oppure la revisione di musiche barocche con trascrizione del basso continuo in forma artistica (non di rado superiore a quelle esistenti in commercio – anche perchè svolta a ridosso delle stesse); oppure ancora la correzione ragionata – svolta a mò di pratica lezione di analisi tecnica – di errori e refusi vari ovunque riscontrabili e nelle più diverse partiture; nonchè la pratica compositiva di basemirata alla stessa comprensione dei concetti di teoria generale: ad esempio nel comporre melodie secondo classicistica quadratura fraseologica (allineamento tematico) o secondo baroccheggiante impianto motivico-tematico (trama continua) o secondo rinascimentale adattamento “prosastico” (cito il Besseler) della mensura, ad oscillante vocazione emiolica, alla madrigalisticamente efficace sezionatura del testo poetico; o, ancora, secondo romantico e modernistico risalto plastico-armonico del melos a strutturazioni periodiche e aperiodiche, o perfino secondo più recenti definizioni stilistiche di ordine testurale a materico ed oggettualizzato impianto anarmonico. E mi fermo qui.

Una proposta per capirci meglio e meglio far capire ai colleghi, che comunque attualmente mi pare siano almeno in parte disorientati allo specifico proposito:

  1. Con quali discipline e con che impianto orario siamo presenti nei nuovi trienni?
  2. E nei bienni?
  3. Chi insegna discipline analitiche anche nel Tecnologico?
  4. O nei corsi compositivi di triennio o di biennio?
  5. altrove?

Io la nostra generale situazione attuale l’ho perfino schematizzata, ma riguarda “solo” noi appunto, qui a Messina. E non è completa, mancando lo stimolo di interlocutori esplicitamente interessati allo scambio informativo. Non è importante capire cosa sta succedendo alla nostra stessa categoria professionale, innanzitutto? Dobbiamo ridurci all’autoreferenzialità più solipsistica e al conseguente isolamento delle nostre specifiche competenze? Diamo semmai il massimo dell’esempio nello “sbottonarci”, almeno tra Como e Pescara. Anche per vincere timidezze e ritrosie varie dei tanti, che – mi risulta – hanno cominciato a leggerci. E, in qualche caso, forse già direbbero la loro …

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Note

[1]  Vorrei però ricordare che ancora in diverse facoltà universitarie sono in auge – con le più ovvie e comode motivazioni di ordine “elementaristico” – testi di base come la superatissima Grammatica della musica di Otto Karolyi – pure se colmi di errori, alla luce delle più aggiornate nozioni di Teoria generale: un testo tra gli altri che utilizzai – per come consigliato dal docente – una trentina di anni fa (sic!) proprio per superare al Dams bolognese di allora la corrispondente disciplina con il massimo dei voti, ma polemizzando con il docente esaminatore a causa della sua scarsa competenza metodologica!; proprio la materia che oggi insegno in ben altro modo al Dams messinese.

[2] Si tratta di direttori, ma anche di docenti disposti in sciocca competizione con il nostro settore disciplinare – ne ho avuto notizia da parte di docenti che mi chiedono in maniera riservata consigli al proposito – ispirati dalla conservazione ad ogni costo di una tradizione, anche se antiquata e scientificamente insostenibile, poggiata esclusivamente su pratiche grammaticalistiche pedagogicamente prive di senso.

 Mario Musumeci

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