Tra campi disciplinari e nuove materie teorico-analitiche

Il riordinamento delle materie teorico-analitiche nella messa ad ordinamento delle lauree AFAM di primo livello

(diplomi accademici di triennio)

Quali discipline teorico-analitiche (ex-armonia compl.) negli stabilizzati trienni accademici? Quali esperienze da mettere a confronto reciproco, anche con i colleghi delle discipline teoriche di base (ex-teoria e solfeggio)? E quali corsi di formazione di base, in parallelo alla disciplina liceale oramai stabilizzata e denominata Teoria, analisi e composizione? Tre domande per un dibattito a lungo raggio d’azione, in un momento di scelte decisive per il futuro degli ISSM.

di Mario Musumeci

L’inquadramento delle discipline da stabilizzare una volta per tutte nei trienni accademici è argomento all’ordine del giorno, che certo meriterebbe un ampio e serrato dibattito nazionale tra gli addetti ai lavori, organizzati per aree di interesse specifico eventualmente anche allargato ai docenti dello stesso dipartimento. Scelte decisionali che invece si stanno svolgendo all’interno di ciascuna istituzione, rispettando sì l’autonomia dei singoli docenti, più o meno riuniti negli appositi dipartimenti, ma con un livello informativo inversamente proporzionale all’importanza delle scelte; che costituiranno comunque la base per una omogeneizzazione a livello nazionale, operata – sicuramente (crediamo) nel rispetto delle peculiarità locali – dagli organi preposti: dal consultivo CNAM alla Conferenza dei Direttori e alla Direzione dell’Alta Formazione Artistica e Musicale.

Va osservato preliminarmente che il Triennio accademico è una realtà viva ed attiva da ben oltre un quinquennio, ma non in tutte le istituzioni italiane. Non pochi ISSM [1] hanno difatti preferito attendere la stabilizzazione di un modello a livello nazionale, con le motivazioni più diverse, che non tocca certo allo scrivente discutere o semplicemente criticare. Sta di fatto che la sperimentazione del nuovo ordinamento si è già precisata ampiamente, tanto che lo stesso ministero all’origine permise l’avvio di nuove sperimentazioni solo se conformate su modelli preesistenti. Adesso però piuttosto che confermare sic et simpliciter il modello sperimentato – con le eventuali diversificazioni dovute a peculiarità locali e nel conseguente rispetto dell’autonomia delle singole istituzioni – ci troviamo a fare i conti con una realtà mutata, e non si sa bene perché [2], soprattutto nelle quantificazioni orarie e dei relativi crediti formativi: perché non pensarci durante la sperimentazione e, appunto sperimentare quello che sarebbe dovuto diventare il modello definitivo, atteso il fatto che vengono affermate adesso (con la bozza ministeriale del modello generale, cui tocca ispirarsi) pretese necessità di inserire discipline, che prima non erano neppure previste, e di toglierne proprio tra quelle sperimentate, e ciò senza alcuna ufficiale motivazione [3]!

Comunque ci tocca essere costruttivi e al momento preferisco solo riferirmi all’argomento di mia più diretta pertinenza, in quanto – volente o nolente, con i miei 31 anni di attività didattica, di cui almeno 21 anni spesi nell’ufficialità della sperimentazione – sono tra i pionieri e, al momento, addirittura il decano della sperimentazione teorico-analitica nel nostro Paese.

Proprio questa attività pioneristica (che risale all’esemplare ed oramai storicizzato impegno del nostro comune Maestro Marco de Natale) ha prodotto la diffusa presenza nei nuovi curricoli di discipline definite oramai correntemente con la denominazione d’avvio di “analisi”. Ma nello specifico il campo disciplinare che ci riguarda è stato mutuato, rispetto l’originaria definizione di Teoria e analisi musicale, nella dicitura Teoria dell’armonia e analisi (musicale), comunque mantenendo o addirittura aggiornando gli originari contenuti programmatici. Dicitura che però nel triennio sperimentato è riferito alle discipline singole (appunto: Teoria dell’armonia e analisi I e II, per un monte orario di 60+60 ore [4]) dei primi due anni. Mentre nel terzo anno la denominazione (credo di originaria provenienza triestina [5]) è di Analisi della letteratura musicale di repertorio (monte orario di 30 ore [6]), che peraltro corrisponde, anche come programmi, al terzo anno di specializzazione di Teoria e analisi musicale: già previsto ed attuato nella sperimentazione originaria, ministerialmente avviata negli anni ottanta e pure confermata, alla fine degli anni novanta, nel passaggio delle consegne dall’Ispettorato dell’istruzione artistica alla Direzione generale dell’Afam.

Ora parrebbe che la denominazione del campo disciplinare – appunto: Teoria dell’armonia e analisi – non debba più utilizzarsi per qualificare le effettive discipline. E non si capisce bene per quali argomentazioni dotate di una pure minima logica istituzionale dovrebbe essere così: tu sperimenti sulla base di un modello, già approvato dal ministero, delle discipline con un nome ben preciso (ovviamente congruente con l’impianto contenutistico) e tutto va bene; ma al momento dell’istituzionalizzazione devi cambiare nome perché quello delle discipline è diventato il nome dell’intero ramo disciplinare secondo declaratoria di competenza. Bisogna insomma adattarsi, facendo sempre i conti con “misteriose” logiche burocratiche estranee al, ma pur sempre direttive del, tuo lavoro.

E così, tenendo conto che di tali denominazioni possibili alcune sono già riferite a corsi di secondo livello (Analisi delle forme compositive e Metodologia dell’analisi), io e il mio collega Sergio Pallante, per fortuna amico di lunga data sul piano professionale, decidiamo concordemente di conservare la dicitura più simile Analisi del repertorio musicale al posto di Analisi della letteratura musicale di repertorio (insomma: Analisi III) per il terzo anno. E di innovare, non avendo scelta (sic!), utilizzando le diciture Teoria e tecniche dell’armonia per il primo anno e Fondamenti di composizione musicale per il secondo anno.

Ovviamente, in questo, tenendo conto anche di altri fattori metodologici

  • consolidati: quale la consequenzialità di un apprendimento a forte carica logico-formale e tecnico-elaborativa, come comunque consta la teoria specifica (la partizione, certo analiticamente allargata … ) e la conseguente pratica elaborativa dell’Armonia;
  • o in via di consolidamento: quali la necessità dell’elaborazione compositiva (mini-compositiva, e sappiamo oramai metodologicamente di cosa si tratta) appropriata alla formazione di fertili e creative intelligenze musicali, versate innanzitutto nella conoscenza approfondita e performativamente agita dei repertori; secondo modelli non propriamente scolastici e di vetusta tradizione, ma appunto ricavabili o riconducibili ai repertori stessi;
  • o addirittura semplicemente da preconizzare a media scadenza come la futura propedeuticità dell’istituzione di una disciplina liceale quale Teoria, analisi e composizione di notevole rilievo per noi e per i colleghi di Teoria e solfeggio, adesso indirizzati all’Ear training: alla capacità di lettura rafforzata dal potenziale rappresentativo dell’educazione dell’orecchio interiore. Nonché alle parallele competenze e insegnamenti dei nostri [7] Corsi di formazione di base. Dove però, al momento, la confusione sembra regnare nel modo più assoluto: purtroppo la pura e semplice verità e che tale propedeuticità acquista senso e pregnanza solo laddove la serietà dell’esperienza sperimentale ha consentito e continua a consentire non solo di aggiornare ma anche di articolare contenuti disciplinari innovativi e di spessore formativo e culturale di adeguato livello. Chi si è attardato ad insegnare, a mò di un contorto cruciverba, il bassetto d’armonia e, nozionisticamente, i 10/(max)dieci Allegri da sonata beethoveniani (cose per noi oramai preistoriche, comunque anteriori come sono al compiuto ventennio sperimentale) cosa dovrebbe e potrebbe immaginarsi di alternativo da suddividere tra liceo e Issm?

Più recentemente, ragionando con il mio collega a proposito di una recente nota ministeriale (Nota Prot. 1261 del 5 marzo 2010: Linee guida per la formulazione del regolamento didattico dei corsi di diploma accademico di primo livello delle Istituzioni musicali AFAM), abbiamo osservato che si suggeriva in questa anche la possibilità di utilizzare le competenze di campo disciplinare, assurte al rango di effettive discipline (ma senza alcuna direttiva esplicita e ben motivata), anche secondo il sistema dei moduli, cioè di complementi di orario ridotto di un superiore impianto disciplinare, più o meno esplicitato da un esame comune o comunque da un’integrazione programmatica comune. In tal senso abbiamo immaginato di poter definire sia la nostra Analisi I (= Teoria dell’armonia e analisi I) che la nostra Analisi II con l’impianto modulare più unitario di Teoria e tecniche dell’armonia I + Fondamenti di composizione I (40+20 di monte orario studenti) e Teoria e tecniche dell’armonia II + Fondamenti di composizione II (40+20 oppure 30+30 di monte orario studenti). Ma dato che al momento non abbiamo notizie di cosa altrove si sta facendo abbiamo preferito soprassedere (anche per non apparire in Istituto i rompiscatole di turno, in un momento non certo facile … ).

Inutile dire che, a ridosso delle suddette denominazioni disciplinari, bisognerà garantire al meglio un minimo di programmazione unitaria dei contenuti [8] e qui almeno lo spazio di agibilità sembra ingrandirsi fino addirittura al venir meno degli stessi confini perimetrali delle definizioni disciplinari d’origine. Ma tant’è, se questo è il modo di (e il “prezzo” per) continuare a fare quello che da tempo abbiamo già dimostrato che è il meglio …

Spero che i miei pazienti e interessati lettori abbiano il desiderio di coinvolgersi direttamente in tali delicate questioni, che reputiamo siano di vitale importanza per il nostro prossimo e comune futuro. Per cui saranno ben accetti tutti quegli interventi di sostegno, di approfondimento ulteriore e anche altrimenti propositivi, auspicando un dibattito allargato al più grande raggio possibile. Il tempo ridotto però richiede idee chiare, piedi per terra e, ciononostante, molta creatività per adattarsi all’imprevedibilità talora eccessiva delle novità.

Coraggio, dateci sotto!

(Mario Musumeci)


[1] Preferisco abbreviare e riunire nell’acronimo della nuova denominazione di Istituti superiori degli Studi Musicali sia la pur gloriosa denominazione storica dei Conservatori musicali di Stato sia la collaterale ed omologa denominazione degli Istituti Musicali Pareggiati di rilievo più locale: nei casi singoli e specifici si può sempre far seguire questa seconda, se reputata utile, alla precedente, certo oramai da reputare come preminente; ad esempio: Istituto Superiore degli Studi Musicali “Conservatorio A. Corelli” di Messina.

[2] Forse l’influenza delle istituzioni che non hanno sperimentato il triennio? Ma costituirebbe una ben curiosa pretesa quella di non impegnarsi attivamente nel rinnovamento istituzionale e poi pretendere che le cose si facciano a modo proprio senza la dovuta esperienza di supporto!

[3] E viceversa con palesi contraddizioni che toccherà prima o poi scontare sul piano di una inadeguata realizzazione della riforma stessa. Si pensi alla prorompente novità dei trienni accademici Tecnologico (ex Musica elettronica), di Strumento Jazz (ex Musica Jazz), di Musica antica (ex Clavicembalo, Flauto dolce, Liuto, Viola da gamba), di Didattica della musica (!) che antepongono al loro precedente ed oramai scontato carattere di specializzazione – a ridosso di un precedente corso compiuto di studi musicali – una pretesa di autoreferenzialità tale da renderli delle isole rispetto l’attività esecutivo-interpretativa e compositiva di tradizione; con cui, in tutta evidenza, si porranno adesso in esiziale concorrenza piuttosto che in benefica integrazione. E lo afferma proprio chi ha creduto più di tanti altri nell’importanza che tali campi disciplinari allargassero l’orizzonte tradizionale del musicista; ma qui si tratta di specializzarsi prima ancora di aver compiuto un adeguato e accademicamente compiuto percorso formativo di base! Insomma la contraddizione nei confronti degli stessi principi conduttori della riforma accademico-universitaria (il cd. 3+2 dei protocolli europei) mi pare palese, ancorché non ben meditata dagli stessi interessati. A quali interessi particolari rispondono queste inopinate scelte? O forse siamo alle solite: in Italia realizziamo male le riforme per poi poterle criticare, al momento della loro cattiva resa o del loro fallimento?

[4] Che di norma a Messina, facendo puntello sul fatto che i programmi di studio sono gli stessi della disciplina sperimentale originaria Teoria e analisi musicale, oramai praticamente da noi stabilizzata nel corso tradizionale (l’Armonia complementare la fanno solo gli allievi che si presentano da esterni), organizziamo unitariamente (tra corso tradizionale e triennio) in due gruppi dato il carattere tecnico-pratico della disciplina: 60×4=240 ore di monte orario di ciascun docente, impegnate secondo autonome impostazioni del singolo. Va detto che, all’interno di questo impianto io preferisco l’alternanza tra la lezione frontale (e cumulativa con tutti gli studenti) e la lezione laboratoriale ripartita a piccoli gruppi suddividendo le 60 ore annuali in 45+15 oppure in 40+20: con il sistema di 60+60 (due maxi-gruppi) per ognuna delle due prime annualità riesco a realizzare da 4 a 5 laboratori di max 3, 4 studenti ciascuno.

[5] Al proposito l’amico e collega Stefano Procaccioli sicuramente è in grado di fornirci notizie più compiute e approfondite.

[6] Alle 240 ore di cui sopra vanno aggiunti i tre gruppi di Analisi III del terzo anno, sottraendo mediamente alcune ore di lezione comune (3, 6 o 9): ad esempio 240+9+75(25×3)=324 oppure 240+6+78(26×3)= 324 ore di monte orario docente. Analisi III: come abbreviatamente chiamiamo questa terza disciplina riferita alle specialità strumentali, mediamente ripartite in sei gruppi: archi, legni, ottoni, tastiere, cantanti, strumenti a pizzico o sassofoni o percussioni, per la specificità della letteratura etc.; tre a testa per ognuno dei due docenti, organizzandoci sempre in alternanza di tipologie e favorendo comunque la continuità didattica: ogni studente, da solo o in gruppo, discute all’esame una tesina su un argomento monografico inerente comunque il suo repertorio. Da questa tesina, talvolta, si prende spunto per la realizzazione di tesi di laurea di ricerca (non meramente compilative), che costituiscono il fiore all’occhiello della nostra attività didattica. Inutile dire che di materiale accumulato in Biblioteca io e il collega Sergio Pallante ne abbiamo veramente tanto e soprattutto vario e non routinario. Ecco perché al momento delle tesi di laurea – di cui a livello di qualità i docenti di analisi hanno indubbiamente costituito a Messina un motore trainante per gli altri docenti, proprio per l’esperienza ventennale della sperimentazione disciplinare (ancorchè ordinamentale) – a conclusione sia di triennio che di biennio, si arriva a raggiungere non di rado un livello di eccellenza con diritti di pubblicazione etc. etc.; cui le stesse facoltà musicologiche universitarie potrebbero interessarsi se non tanto a scopi di equilibrata competizione quanto meno per immaginarsi sin d’ora la tanto auspicata integrazione tra musica (pratica) e musicologia (teorica).

[7] Dovremo e potremo sdoppiarci, noi docenti di discipline teorico-analitiche, per assicurare sia presenza che articolazione in continuità (almeno in una fase preparatoria) tra corsi di formazione di base e corsi accademici? In pubblica sede di inaugurazione del corrente anno accademico il dott. Giorgio Civello, direttore generale dell’Afam, ha assicurato che la docenza conservatoriale sarebbe stata impiegata aggiuntivamente solo a richiesta intra ed extra moenia e con appositivi incentivi economici anche nei corsi liceali e di base. Resta il fatto che i corsi di formazione di base all’interno dell’Issm servono anche a contenere l’inevitabile – nel breve e medio periodo – contrazione dell’impegno lavorativo per i docenti meno impegnati per forza di cose nei corsi accademici: i docenti di Solfeggio e di Pianoforte, innanzitutto, ma non solo loro. Questo forse spiegherebbe la strategia di alcuni direttori (normalmente titolari di analoghi insegnamenti) da un lato di impegnare al massimo, persino con insegnamenti fittizi e mai sperimentati (insomma privi del tutto di tradizioni metodologico-didattiche), proprio queste categorie di docenti, e magari contestualmente di contenere la maggior necessità di impiego delle altre docenze, tra cui le nostre: a Messina i corsi di base di biennio specialistico (inclusi quelli teorico-analitici), ramo esecutori-interpreti, sono risicati per orario – 15 ore a disciplina – e addirittura facoltativi (sic!), nonostante il piano di studi certifichi comunque l’acquisizione di competenze teoriche, storiche e analitiche (insomma si può certificare anche il falso, con il beneplacito del ministero, nei casi in cui gli studenti evitino di scegliere discipline dell’uno o dell’altro ramo); e ciò mentre in altri Issm dove si insegna ancora, e malamente, la vecchia Armonia complementare i docenti della stessa tengono al biennio corsi di 40 e più ore! Come dire: “lavora di più e meglio e ti riduco la visibilità, lavora meno e peggio e te la aumento” …

[8] Non però delle metodologie, e comunque non si capisce chi si renda garante di tale unitarietà; piuttosto sembra che, stabilita una generica unità programmatica, ognuno potrà poi fare “all’italiana” quello che gli pare.

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